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PURGATORIO - Il testo, le note, la parafrasi e l'introduzione alla critica
Inserito il 31 marzo 2007 alle 08:31:00 da passiatore.

canto 1

Purgatorio - canto 1
 
 

Riassunto Dante e Virgilio, usciti dalla voragine infernale attraverso la natural burella, si trovano sulla spiaggia di un'isola situata nell'emisfero antartico, nella quale si innalza la montagna del purgatorio.
Inizia il secondo momento del viaggio di Dante nell'oltretomba, durante il quale argomento del suo canto sarà la purificazione delle anime prima di salire in paradiso: necessaria è perciò la protezione delle Muse, che egli invoca prima che la sua poesia affronti il tema dell'ascesa alla beatitudine eterna. L'alba è prossima e i due pellegrini procedono in un'atmosfera ormai limpida e serena; dove brillano le luci delle quattro stelle che furono viste solo da Adamo ed Eva prima che fossero cacciati dal paradiso terrestre, situato per Dante sulla vetta del monte del purgatorio.
Volgendo lo sguardo verso il polo artico Dante scorge accanto a sé la figura maestosa di un vecchio: è Catone Uticense, che Dio scelse a custode del purgatorio. Poiché egli li crede
due dannati fuggiti dall'inferno, Virgilio spiega la loro condizione e prega che venga loro concesso di entrare nel purgatorio, promettendo a Catone di ricordarlo alla moglie Marzia, che si trova con Virgilio nel limbo. Ma, risponde il veglio, una legge divina separa definitivamente le anime dell'inferno da quelle ormai salve; del resto non è necessaria nessuna lusinga, dal momento che il viaggio è voluto da una donna del ciel.
Infine ordina a Virgilio di cingere Dante con un giunco (simbolo d'umiltà) e di detergergli il volto da ogni bruttura infernale. I due pellegrini si avviano verso la spiaggia del mare per compiere i due riti prescritti da Catone.
 

 1.  1    Per correr miglior acque alza le vele           
 1.  2    omai la navicella del mio ingegno,
 1.  3    che lascia dietro a sé mar sì crudele;
 
 1.  4    e canterò di quel secondo regno
 1.  5    dove l'umano spirito si purga
 1.  6    e di salire al ciel diventa degno.
 
 1.  7    Ma qui la morta poesì resurga,
 1.  8    o sante Muse, poi che vostro sono;
 1.  9    e qui Caliopè alquanto surga,
 
 1. 10    seguitando il mio canto con quel suono
 1. 11    di cui le Piche misere sentiro
 1. 12    lo colpo tal, che disperar perdono.
 
 1. 13       Dolce color d'oriental zaffiro,
 1. 14    che s'accoglieva nel sereno aspetto
 1. 15    del mezzo, puro infino al primo giro,
 
 1. 16       a li occhi miei ricominciò diletto,
 1. 17    tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
 1. 18    che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
 
 1. 19       Lo bel pianeto che d'amar conforta
 1. 20    faceva tutto rider l'oriente,
 1. 21    velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
 
 1. 22       I' mi volsi a man destra, e puosi mente
 1. 23    a l'altro polo, e vidi quattro stelle
 1. 24    non viste mai fuor ch'a la prima gente.
 
 1. 25       Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
 1. 26    oh settentrional vedovo sito,
 1. 27    poi che privato se' di mirar quelle!
 
 1. 28       Com'io da loro sguardo fui partito,
 1. 29    un poco me volgendo a l'altro polo,
 1. 30    là onde il Carro già era sparito,
 
 1. 31       vidi presso di me un veglio solo,
 1. 32    degno di tanta reverenza in vista,
 1. 33    che più non dee a padre alcun figliuolo.
 
 1. 34       Lunga la barba e di pel bianco mista
 1. 35    portava, a' suoi capelli simigliante,
 1. 36    de' quai cadeva al petto doppia lista.
 
 1. 37       Li raggi de le quattro luci sante
 1. 38    fregiavan sì la sua faccia di lume,
 1. 39    ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
 
 1. 40       «Chi siete voi che contro al cieco fiume
 1. 41    fuggita avete la pregione etterna?»,
 1. 42    diss'el, movendo quelle oneste piume.
 
 1. 43       «Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
 1. 44    uscendo fuor de la profonda notte
 1. 45    che sempre nera fa la valle inferna?
 
 1. 46       Son le leggi d'abisso così rotte?
 1. 47    o è mutato in ciel novo consiglio,
 1. 48    che, dannati, venite a le mie grotte?».
 
 1. 49       Lo duca mio allor mi diè di piglio,
 1. 50    e con parole e con mani e con cenni
 1. 51    reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio.
 
 1. 52       Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
 1. 53    donna scese del ciel, per li cui prieghi
 1. 54    de la mia compagnia costui sovvenni.
 
 1. 55       Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi
 1. 56    di nostra condizion com'ell'è vera,
 1. 57    esser non puote il mio che a te si nieghi.
 
 1. 58       Questi non vide mai l'ultima sera;
 1. 59    ma per la sua follia le fu sì presso,
 1. 60    che molto poco tempo a volger era.
 
 1. 61       Sì com'io dissi, fui mandato ad esso
 1. 62    per lui campare; e non lì era altra via
 1. 63    che questa per la quale i' mi son messo.
 
 1. 64       Mostrata ho lui tutta la gente ria;
 1. 65    e ora intendo mostrar quelli spirti
 1. 66    che purgan sé sotto la tua balìa.
 
 1. 67       Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
 1. 68    de l'alto scende virtù che m'aiuta
 1. 69    conducerlo a vederti e a udirti.
 
 1. 70       Or ti piaccia gradir la sua venuta:
 1. 71    libertà va cercando, ch'è sì cara,
 1. 72    come sa chi per lei vita rifiuta.
 
 1. 73       Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara
 1. 74    in Utica la morte, ove lasciasti
 1. 75    la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara.
 
 1. 76       Non son li editti etterni per noi guasti,
 1. 77    ché questi vive, e Minòs me non lega;
 1. 78    ma son del cerchio ove son li occhi casti
 
 1. 79       di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
 1. 80    o santo petto, che per tua la tegni:
 1. 81    per lo suo amore adunque a noi ti piega.
 
 1. 82       Lasciane andar per li tuoi sette regni;
 1. 83    grazie riporterò di te a lei,
 1. 84    se d'esser mentovato là giù degni».
 
 1. 85       «Marzia piacque tanto a li occhi miei
 1. 86    mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora,
 1. 87    «che quante grazie volse da me, fei.
 
 1. 88       Or che di là dal mal fiume dimora,
 1. 89    più muover non mi può, per quella legge
 1. 90    che fatta fu quando me n'usci' fora.
 
 1. 91       Ma se donna del ciel ti muove e regge,
 1. 92    come tu di', non c'è mestier lusinghe:
 1. 93    bastisi ben che per lei mi richegge.
 
 1. 94       Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
 1. 95    d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
 1. 96    sì ch'ogne sucidume quindi stinghe;
 
 1. 97       ché non si converria, l'occhio sorpriso
 1. 98    d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
 1. 99    ministro, ch'è di quei di paradiso.
 
 1.100       Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
 1.101    là giù colà dove la batte l'onda,
 1.102    porta di giunchi sovra 'l molle limo;
 
 1.103       null'altra pianta che facesse fronda
 1.104    o indurasse, vi puote aver vita,
 1.105    però ch'a le percosse non seconda.
 
 1.106       Poscia non sia di qua vostra reddita;
 1.107    lo sol vi mosterrà, che surge omai,
 1.108    prendere il monte a più lieve salita».
 
 1.109       Così sparì; e io sù mi levai
 1.110    sanza parlare, e tutto mi ritrassi
 1.111    al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
 
 1.112       El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
 1.113    volgianci in dietro, ché di qua dichina
 1.114    questa pianura a' suoi termini bassi».
 
 1.115       L'alba vinceva l'ora mattutina
 1.116    che fuggia innanzi, sì che di lontano
 1.117    conobbi il tremolar de la marina.
 
 1.118       Noi andavam per lo solingo piano
 1.119    com'om che torna a la perduta strada,
 1.120    che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
 
 1.121       Quando noi fummo là 've la rugiada
 1.122    pugna col sole, per essere in parte
 1.123    dove, ad orezza, poco si dirada,
 
 1.124       ambo le mani in su l'erbetta sparte
 1.125    soavemente 'l mio maestro pose:
 1.126    ond'io, che fui accorto di sua arte,
 
 1.127       porsi ver' lui le guance lagrimose:
 1.128    ivi mi fece tutto discoverto
 1.129    quel color che l'inferno mi nascose.
 
 1.130       Venimmo poi in sul lito diserto,
 1.131    che mai non vide navicar sue acque
 1.132    omo, che di tornar sia poscia esperto.
 
 1.133       Quivi mi cinse sì com'altrui piacque:
 1.134    oh maraviglia! ché qual elli scelse
 1.135    l'umile pianta, cotal si rinacque
 1.136       subitamente là onde l'avelse.
 
2. la navicella: il paragone tra l'ingegno e la nave è frequente nella letteratura.
7. la morta poesì: la poesia, che ha cantato il regno dei morti, l'Inferno, elevi il suo tono (“resurga”).
8. vostro: l'assolta dedizione di Dante alla poesia è altrove da lui stesso affermata, con commossi accenti (cfr. c. XXIX, 37 e Par. c.XXV, 3).
9. Caliopè: è la musa della poesia epica, ovvero quella dalla bella noce. L'accento sull'ultima è dovuto, come già visto nell'Inferno, all'uso 
 medioevale di rendere tronche tutte le parole straniere od estranee alla declinazione latina (cfr. Inf. c. IV; 58 e n.).
10. seguitando: accompagnando.
11. le Piche: le nove figlie di Pierio, re della Tessaglia, sfidarono al canto le Muse, ma furono vinte e punite con la trasformazione in piche o 
 gazze, uccelli dalla voce stridula.
15. del mezzo: dell'aria (“mezzo”equivale a fluido) pura fino all'orizzonte (“primo giro”).
19. Lo bel pianeto: la stella Venere brillava ad oriente, velando la costellazione dei Pesci, che si trovava in congiunzione (“in sua scorta”).
23. a l'altro polo: a quello antartico, o australe.
24. fuor ch'a la prima gente: tranne che da Adamo e da Eva, che abitarono il Paradiso Terrestre, situato in cima alla montagna del 
 Purgatorio. Nelle quattro stelle i commentatori hanno ravvisato le virtù cardinali: prudenza,giustizia, fortezza, temperanza.
26. settentrional vedovo sito: l'emisfero settentrionale è privo (“vedovo”) della vista di quelle stelle.
28. Com'io: come allontanai lo sguardo da quelle, volgendomi un poco verso settentrione (“l'altro polo”) là donde la costellazione 
 dell'Orsa Maggiore (“il Carro”) era già tramontata, ecc.
32. in vista: all'aspetto.
37. Li raggi: la luce delle quattro stelle, dette”sante”perché illuminano il cammino dell'anima purgante, così come”sante”sono le Muse, 
 invocate al v. 8, perché assistano guidate da Calliope la rinascente oesia; quelle stesse Muse che saranno, poi, più compiutamente,  "sacrosante Vergini”(cfr. c. XXIX, 37).
40. cieco fiume: presumibilmente, il”ruscelletto”(cfr. Inf. c.XXXIV, 130) che scende al centro della Terra e le cui rive i poeti hanno 
 percorso contro corrente (“contro”).
42. oneste piume: la dignitosa e grande barba.
47. o è mutato: o è stata sancita in cielo una nuova legge.
48. grotte: rocce (cfr. Inf. c. XXI, 110).
51. reverenti mi fé: mi indusse a piegare, per reverenza, il ginocchio (“le gambe”) e il capo (“'l ciglio”).
53. donna: Beatrice.
56. com'ell'è vera : quale essa è in verità.
57. il mio: che il mio volere si opponga (“si nieghi”) a te
58. l'ultima sera: la morte dell'anima.
60. a volger era: mancava, cioè sarebbe trascorso.
62. campare: scampare, salvare.
66. balìa : sorveglianza.
71. libertà: si tratta della libertà morale, di quell'assoluta libertà dello spirito, il cui conseguimento, pur se comporti la morte, è 
 preferibile alla vita senza di essa (cfr. Mon. II, V, 15)
73.
Tu: Virgilio si rivolge a Catone, il "veglio” posto da Dante a guardia del Purgatorio. Marco Porcio Catone il giovane o 
 l'Uticense (95-46 a.C.) è quel fiero repubblicano che, quando vide la libertà di Roma calpestata dalle legioni di Cesare trionfante,  non esitò a togliersi la vita in Utica. Sebbene nemico di Cesare, che Dante considera il fondatore della Monarchia Universale e  dell'Impero, sebbene pagano, sebbene suicida, Catone è assolto dal poeta, che gli assegna la”balìa”del Purgatorio, come al più  intransigente custode dell'integrità morale.
75. la vesta: il corpo, che nel giorno del giudizio apparirà cosi luminoso, ricongiunto all'anima destinata al cielo.
78. del cerchio: il Limbo, ove si trova anche Marzia (cfr. Inf. c. IV, 128), la casta moglie di Catone. E in nome di Marzia, Virgilio
 
 prega il custode del Purgatorio di concedergli il permesso di procedere.
82. sette regni: i sette gironi del Purgatorio.
84. degni: se ti degni di esser ricordato laggiù.
86. di là: sulla terra, nel mondo.
87. volse: volle; fei : feci.
88. mal fiume: l'Acheronte.
89. per quella legge: per la legge che fu fatta quando Cristo discese al Limbo ed io ne uscii e in base alla quale non è più possibile 
 alcun rapporto tra gli spiriti dimoranti all'Inferno e gli altri. Prima della venuta di Cristo, le anime scendevano o tra i dannati o si  fermavano nel Limbo, alcune per restarvi eternamente, altre in attesa che il Salvatore le rendesse beate (cfr. Inf. c. IV, n. 62).
92. non c'è mestier lusinghe: non c'è bisogno che tu cerchi di convincermi.
93. bastisi: sia sufficiente.
95. d'un giunco: il giunco liscio (“schietto”) rappresenta l'umiltà, virtù necessaria al purgante.
97. l'occhio sorpriso: con l'occhio offuscato dal vapore infernale.
99. ch'è di quei: che appartiene alle schiere angeliche del Paradiso si riferisce all'angelo che si trova alla porta del Purgatorio (cfr. c. IX, 78 e segg.).
100. ad imo ad imo: nella parte più bassa.
104. o indurasse: sviluppasse un fusto rigido e non flessibile.
105. non seconda: non si piega ai colpi dell'onda.
106. reddita: ritorno.
107. mosterrà: arcaico toscano per”mostrerà”.
108. a più lieve salita: dove l'ascesa è più agevole.
114. a' suoi termini bassi: alla spiaggia, che è in basso.
115. L'alba: il chiarore dell'alba scacciava le tenebre dell'ultima ora notturna, che si dileguava, per cui da lontano scorsi il tremolio 
 del mare. E' l'ora del mattutino.
123. dove, ad orezza: dove spira una fresca brezza; perciò la rugiada evapora lentamente (“poco si dirada”)
129. quel color: il naturale incarnato, già coperto dal fumo.
132. omo: fa pensare ad Ulisse (cfr. Inf. c. XXVI)
.

 

 
 
PARAFRASI Purgatorio: I Canto
 
La navicella dei mio ingegno, che lascia dietro di sé un mare così tempestoso (l'inferno), si prepara a una materia più serena (il purgatorio);  
 
e canterò del secondo regno (dell'oltretomba) nel quale l'anima umana si purifica e diviene degna di salire al cielo. Ma qui  poesia, che ha  avuto finora per argomento la morte spirituale (dei dannati), riviva (trattando della vita spirituale di coloro che raggiungeranno la beatitudine),  o sante Muse, poiché a voi ho consacrato la mia vita; e a questo punto si levi più alta la voce di Calliope (la maggiore delle nove Muse, rìtenuta  dagli antichi l'ispiratrice della poesia epica; il nome, etimologicamente, significa « dalla bella voce »), accompagnando il mio canto con quella  melodia della quale le sciagurate figlie di Pierio, poi trasformate in gazze, avvertirono la superiorità a tal punto che disperarono di sottrarsi  alla punizione che le attendeva. Un tenero colore di zaffiro orientale (la più pura e splendente fra le varie qualità di zaffiri, secondo quanto  attestano i Lapidari medievalì), contenuto nella limpida atmosfera, pura fino al cerchio dell'orizzonte, procurò nuovamente gioia ai miei occhi,  appena uscii dall'aria infernale, che aveva rattristato la mia vista e il mio animo. Venere, il bel pianeta che predispone all'amore, faceva gioire  tutta la parte orientale del cielo, attenuando con la sua luce quella della costellazione dei Pesci, con la quale si trovava in congiunzione. Mi  volsi a destra, e diressi la mia attenzione al polo australe, e vidi quattro stelle che soltanto i primi uomini (Adamo ed Eva) videro. Il cielo  sembrava gioire delle loro luci intensissime: o luogo settentrionale spoglio, dal momento che ti è preclusa la possibilità di vederle! Appena mi  fui distolto dal guardarle, volgendomi un poco verso il polo boreale. nel quale l'Orsa Maggiore non era più visibile, vidi vicino a me, solo, un  vecchio, degno nell'aspetto di una riverenza tale, che nessun figlio è tenuto ad una riverenza maggiore verso suo padre. Portava la barba lunga e  brizzolata, simile ai suoi capelli, dei quali due ciocche scendevano sul petto. A tal punto i raggi delle quattro stelle sante ornavano di luce il  suo volto, che io lo vedevo (illuminato) come se davanti a lui ci fosse il sole. «Chi siete voi, che seguendo una direzione opposta a quella del  fiume sotterraneo (il ruscelletto di cui al verso 130 dei canto XXXIV dell'Inferno) siete evasi dal carcere eterno (l'inferno)?» disse, muovendo  la sua veneranda barba. « Chi vi ha fatto da guida? o che cosa vi ha rischiarato il cammino, mentre uscivate dalle tenebre profonde che rendono  sempre nera la voragine infernale? A tal punto sono violate le leggi dell'inferno? o in cielo é stato fatto un nuovo decreto, per cui, pur essendo  dannati, giungete alla montagna da me custodita? » Virgilio allora mi afferrò,e mi fece inginocchiare e abbassare gli occhi in segno di riverenza,  incitandomi a ciò con parole e con l'atto delle sue mani e con segni. Poi gli rispose: « Non sono arrivato di mia iniziativa: scese dal cielo una  donna (Beatrice), grazie alle cui preghiere soccorsi costui con la mia compagnia. Ma poiché è tuo desiderio che la nostra condizione, quale essa è  veramente, ti venga maggiormente chiarita, non può essere mio desiderio che questo (chiarimento) ti sia negato. Costui non vide mai la morte (Sia  quella corporale che quella spirituale; non morì cioè e non è dannato); ma a causa dei suoi peccati fu così vicino alla morte spirituale, che pochissimo  tempo sarebbe dovuto trascorrere (perché egli la vedesse). Come ti ho detto, fui inviato da lui per salvarlo; e non era possibile percorrere altra
vìa che questa per la quale mi sono incamminato. Gli ho mostrato tutti i dannati; ed ora intendo mostrargli quelle anime che si purificano sotto la 
tua giurisdizione. Lungo sarebbe riferirti come l'ho portato fin qui: dal cielo scende una forza che mi aiuta a guidarlo per vederti e per ascoltarti. 
Voglia tu dunque considerare benevolmente il suo arrivo: egli va in cerca della libertà, che è tanto preziosa, come sa colui che per essa rifiuta di 
vivere. Tu lo sai, poiché in suo nome (per lei: la libertà) non fu per te dolorosa la morte a Utica, dove lasciasti il tuo corpo che il giorno della 
risurrezione dei morti risplenderà (con l'anima) di tanta gloria. Le leggi di Dio non sono state violate da noi; poiché costui è vivo, ed io non sono 
un dannato, assegnato a Minosse (e Minòs me non lega. la giurisdizione di Minosse inizia con il secondo cerchio dell'inferno; cfr. Inferno V, 4-15); 
ma provengo dal limbo, dove sono gli occhi pudichi della tua Marzia, che nel sembiante ancora ti prega, o animo venerabile, che tu la consideri tua: 
per l'amore che ella ti porta accondiscendi dunque alla nostra richiesta. Lasciaci andare per i sette gironi del tuo dominio (il purgatorio): riferirò 
a lei, nei tuoi riguardi, cose gradite, se hai piacere di essere nominato laggiù». « Marzia mi fu tanto cara (piacque tanto alli occhi miei) mentre fui 
in vita » disse Catone allora, « che le concessi tutte le cose a lei gradite e da lei desiderate. Ora che ella risiede al di là dell'Acheronte, non può 
più influire sul mio volere, in virtù di quella legge (che separa in modo netto gli spiriti dannati da quelli salvati) la quale fu stabilita quando uscii 
fuori dal limbo (insieme ai patriarchi dell'Antico Testamento; cfr., Inferno IV, versi 53-63). Ma se una beata ti incita ad andare e ti guida, come tu 
dici, non occorre che tu mi lusinghi: ti sia sufficiente rivolgermi la tua richiesta in nome suo. Dunque vai, e fa in modo di cingere costui di un giunco 
liscio e di lavargli il volto, in modo da cancellare da esso ogni sudiciume; poiché sarebbe disdicevole, con l'occhio offuscato da qualcosa di torbido, 
presentarsi davanti al primo esecutore dei decreti di Dio, che è un angelo (di quei di paradiso; si tratta dell'angelo posto a custodia della porta del 
purgatorio; cfr. Purgatorio canto IX, versi 78 sgg.). Questa piccola isola, nella sua parte più bassa, sulla spiaggia percossa dalle onde, è coperta 
tutt'intorno sull'umida sabbia da giunchi: nessun'altra pianta, di quelle che portano rami con foglie o diventano rigide, può vivervi, poiché non asseconda 
(flettendosi) i colpi (delle onde). Il vostro ritorno non avvenga poi da questa parte; il sole, che sta per sorgere, vi indicherà da che parte affrontare 
più agevolmente la salita del monte. » Ciò detto si dileguò; ed io mi levai in piedi senza parlare, e mi accostai con tutto il corpo a Virgilio, e rivolsi 
a lui lo sguardo. Egli cominciò a parlare: « Segui i miei passi: volgiamoci indietro, poiché da questa parte la pianura scende verso il suo orlo basso 
(la spiaggia) ». L'alba trionfava dell'ultima ora della notte (l'ora mattutina è l'ultima delle ore canoniche della notte), la quale le fuggiva dinanzi, 
in modo che da lontano distinsi il tremolio della luce sul mare. Noi avanzavamo nella pianura solitaria come colui che torna alla strada che ha smarrito, 
il quale ritiene che il suo cammino sia inutile finché non l'abbia ritrovata. Quando fummo là dove la rugiada resiste, opponendosi, al sole e, per il fatto 
di essere in una zona dove spira un venticello, evapora poco, Virgilio posò delicatamente entrambe le mani aperte sulla tenera erba: per cui io, che compresi 
lo scopo del suo gesto, gli porsi le guance bagnate di lagrime: su di esse egli fece riapparire interamente quel colore (il mio colorito naturale) che 
l'inferno aveva occultato (con la sua caligine). Giungemmo quindi sulla spiaggia deserta, che mai vide solcate le sue acque da qualcuno che sia poi riuscito 
a tornare indietro (Ulisse infatti, giunto in vista della montagna del purgatorio, naufragò). Qui mi cinse come Catone aveva voluto: o meraviglia! infatti 
l'umile giunco ricrebbe tale quale egli l'aveva scelto (cioè schietto, liscio) immediatamente, nel punto in cui l'aveva strappato. 
 
Introduzione alla critica 
La lettura del primo canto del Purgatorio segue, lungo l'arco della critica dantesca, un'oscillazione tra due poli: il polo della ricerca che il Croce avrebbe  
definito strutturale, attenta ad una esposizione problematica di tutte le implicanze storiche, mitiche e teologiche e il polo dell'esegesi attenta a definire il 
significato ritualistico e l'intelaiatura liturgica che sorregge tutto il canto. E due sono stati i motivi attorno a cui la critica ha sovrapposto strati di ricerche e 
di interpretazioni: il personaggio di Catone, osservato in rapporto al concetto di libertà e al concetto di salvezza e il rito finale della purificazione, celebrato 
in sul lito diserto. Questa analisi ci porta ad accostare ancora una volta il problema dell'allegoria in Dante e in un canto la cui struttura è tutta emblematica e 
che, sotto questo punto di vista, si offre efficace paradigma di tutta la seconda cantica. È stato giustamente osservato che anche gli interpreti più convinti 
della non poeticità dell'allegoria ammettono che nel primo canto "il simbolo è del tutto disciolto nella rappresentazione" (Bigi): la figura di Catone esprime 
la riconquista della libertà dopo l'esperienza del male, ogni gesto di Virgilio è un'officiatura liturgica nella riconsacrazione del suo discepolo al bene, il 
personaggio Dante appare nello stato del catecumeno che comincia il suo ciclo di iniziazione- purificatrice. Su questi tre perni poggia la vicenda dell'anima 
nel momento in cui si avvia verso la penitenza e la redenzione, attraverso - secondo la distinzione del Bigi - "tre fasi successive: quella in cui l'anima si 
abbandona con immediato senso di benessere alla sua nuova condizione; il sopraggiungere della consapevolezza delle responsabilità e dei doveri che tale 
condizione comporta; e infine, raggiunta questa consapevolezza, l'inizio, ansioso e raccolto, della penitenza". È un momento ancora drammatico, a torto 
dimenticato da molti critici che, sottolineando troppo l'atmosfera dolce e serena della spiaggia del purgatorio - atmosfera del resto necessaria perché il 
senso del divino si distenda "con un'intima potenza affinante e pacificatrice" (Malagoli) - dimenticano che "questo aprirsi dell'anima è strettamente avvinto 
al sentimento infernale: là è la sua humus" (Malagoli), non avvertendosi affatto "una diminuzione di tensione rispetto all'Inferno, quanto piuttosto una diversa 
tensione, meno disperata e convulsa e più controllata e solenne, ma pure anch'essa potentemente drammatica" (Bigi). Noi andavam per lo solingo piano non 
indica, come vorrebbero alcuni critici, il tranquillo procedere dei due pellegrini, ma la fuga da un incubo, (per l'Apollonio anzi questo motivo continua in tutta 
la seconda cantica: "se l'Inferno è l'ipostasi della città degli uomini, il Purgatorio è il viaggio da quella città, l'esilio alla ricerca di una più vera patria, la fuga, 
anche da una minaccia bestiale e paurosa... di non so che malvagio uccello") che si compone infine in due gesti semplici e armoniosi, che sembrano seguire il 
ritmo prestabilito di una cerimonia liturgica. Per il cristiano e per l'uomo medievale in particolare, erede diretto di tutta la letteratura patristica, che faceva della 
liturgia la sua matrice - rientrare nella Grazia significa rientrare nella vita liturgica - che della Grazia è l'espressione sensibile - cioè nella vita comunitaria della 
Chiesa: e non è fuori luogo ricordare che nel Purgatorio l'esistenza, delle anime e delle cose, è corale e concorde. La recente lettura di Ezio Raimondi, perseguita 
con solidità di impianto critico e con finezza di proposte interpretative, segue, lungo tutto il canto, l'intreccio tra rito e storia alla ricerca d'una convergenza di 
significati, di ricordi, di miti, di simboli vitali in ciascuna delle immagini del canto, da quella della navicella alla descrizione dell'umile pianta, di cui Dante é cinto 
da Virgilio. Dopo l'esordio, che segue le leggi retoriche delle artes dictandi, il tema sembra essere quello stesso di tutta la cantica, cioè l'antitesi morte-risurrezione, 
male-libertà, peccato- ritorno a Dio. Attorno a questo fulcro dimostrativo si raccolgono immagini ricche di risonanze classiche, bibliche, liturgiche e patristiche, 
ma tutte inscritte in una tensione verso il ritorno all'innocenza perduta, verso la purificazione totale. In effetti si può affermare, col Raimondi, che "con quel gioco 
multiplo di suggerimenti e di registri che fa del simbolismo dantesco una invenzione geniale, il discorso del Poeta corre su due piani, l'uno retorico e l'altro, se si 
passa il termine, esistenziale". Ancora una volta "l'interpretazione allegorica con cui la spiritualità medievale intende i fatti della cultura e gli aspetti del mondo e le 
vicende della vita, é un modo di pensare e di sentire: non si frappone tra l'intelletto e le cose, tra l'anima e i suoi movimenti, ma, anzi, ne agevola il contatto e la 
comprensione, ne suggerisce le vie per il possesso e l'unità" (Battaglia). La poetica del trascendente, intesa come ricerca e conquista dei supremi valori spirituali, 
ha avuto inizio e Dante vi si consacra separando per un attimo il poeta (l'invocazione alle Muse), smarrito di fronte alla difficoltà della a "visione", 
dall'uomo-personaggio, smarrito di fronte alla difficoltà dell'ascesa, ma legando inscindibilmente i due momenti, perché dal tema iniziale del "resurgere" (ma qui la 
morta poesì resurga) al rito lustrale della fine, il motivo unitario é la riconquistata libertà attraverso l'umiltà e in virtù della purificazione. E sono proprio Catone, 
l'eroe mitizzato perché magnanimo, e Virgilio, il poeta vate e guida, a fare da ministri al rito : segno d'una rottura, attraverso la Grazia, del rapporto tra gloria ed 
umiltà: "l'umiltà non contraddice più, ora, alla magnanimità" (Raimondi). L'umile pianta, divelta per cingere il Poeta, rinasce preludio alla totale rinascita spirituale 
che Dante avvertirà alla fine del purgatorio, quando si sentirà rifatto si come piante novelle rinnovellate di novella fronda.

 
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Beato il papÓ



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